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Seminari : Si può morire da vivi?

Realizzare il senso della vita, della morte e dell'immortalità attraverso la scienza dello Yoga

Ponsacco (PI)
, Sabato 31 Marzo 2012
Aula Magna del Centro Studi Bhaktivedanta -
 Via Gramsci 64, Ponsacco (PI)
Relatore: Marco Ferrini (Matsyavatara das), Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta

Secondo i grandi testi della tradizione spirituale dell'India, la vita dell'essere è eterna, preesistente alla nascita e inalterabile di fronte alla morte. Ma allora nascita e morte cosa sono? Sono momenti, fasi o passaggi della vita, funzionali alla nostra evoluzione. Non crediate che la morte sia meno benefica della nascita. Entrambi questi fenomeni sono indispensabili per le anime in cammino, per gli esseri incarnati che sono in marcia verso la perfezione, la realtà, la beatitudine, la piena consapevolezza di sé stessi sul piano spirituale e che necessitano di fare ancora esperienze nel mondo per realizzare questa loro originaria natura.


Quando impera la falsa concezione secondo la quale l'essere muore con il corpo, la persona è destinata ad una grande sofferenza e ad una frustrazione atroce perché l'aspirazione all'immortalità, in quanto nostra istanza reale e inalienabile, non cessa, né mai potrà cessare a prescindere dalle convinzioni o posizioni intellettuali che si sono assunte.

Confusa e traviata dall'identificazione con l'io storico, la persona non sa come affrontare la morte e soffre enormemente sotto il peso di attaccamenti, dipendenze e bisogni indotti. Questi determinano un continuo ritorno nel ciclo samsarico delle esistenze incarnate, come spiegano i grandi rishi o veggenti vedici, che si protrae fino a quando la persona non riprende consapevolezza della propria natura di puro spirito, aham brahmasmi, e della propria relazione eterna con Dio.

Poiché la conoscenza e la saggezza non si toccano né si vedono, ai più potrebbero apparire come beni di non primaria importanza. Quando ho freddo non posso vestirmi di saggezza ma mi occorrono panni di lana, e quando ho fame ho bisogno di cibo più che di conoscenza. E' naturale ed inevitabile procurarsi cibo, vesti e quant'altro sia indispensabile alla nostra sopravvivenza e alla soddisfazione dei nostri bisogni materiali, ma non per questo dovremmo restringere tutta la realtà del nostro essere alle sole funzioni sensoriali, né considerarle come le uniche istanze da soddisfare: in questo modo si produrrebbero limiti invalicabili all'espressione e alla realizzazione di noi stessi. Quando invece purtroppo così avviene, la persona si imprigiona da sola, da sola si mette in gabbia: fortemente condizionata dalla sua visione del mondo, non riesce a generare in se stessa quella forza interiore necessaria per affrontare e superare le problematiche che incontra nella vita, né tantomeno ad elaborare costruttivamente il proprio rapporto con la morte.

La conquista più grande che si possa fare nella vita consiste in tattva viveka: la capacità di discernere la realtà dalle apparenze, l'eterno dall'effimero, il sé dal non sé. Diventare consapevoli che siamo esseri eterni è ben diverso dall'esserlo senza saperlo: tale realizzazione produce un sostanziale innalzamento della qualità della vita.

Pensate ad un ricco che non sa di esserlo e che perciò non riesce a procurarsi neanche un boccone di cibo perché non sa dove sia il proprio tesoro, non sa nemmeno di averlo! Così avviene per l'essere che ha natura di immortalità ma che, identificato con il proprio io storico, è angosciato dall'idea di morire, dal pensiero di entrare in un buco nero, di essere inghiottito dal nulla.

Tolstoj, nel racconto “La morte di Ivan Il'ič”, descrive la scena di un morente che si sente risucchiato nel buco nero della morte, dove esplodono il suo sgomento e le sue paure. Anche re Puranjana, la cui storia è descritta nel Bhagavata Purana, viene colto dal terrore della morte al solo pensiero di perdere tutto ciò che possiede. Sì, è vero: la morte porta via tutto, ma potremmo anche affermare che la morte non porta via nulla. Vi apparirebbe una contraddizione? No! La morte porta via tutto ciò che non è reale e non porta via nulla di ciò che è reale.

Perché dovremmo sentirci spirito invece che materia, quando tutta l'esperienza che facciamo nel mondo ci ricolloca in questa dimensione materiale? Perché ad un certo punto, in un solo momento, la morte ci strapperà di mano tutto quello che abbiamo di materiale. Epicuro diceva: “La morte non va temuta perché quando ci siamo noi non c'è lei e quando c'è lei non ci siamo noi”. Ma se anche accettassimo questa visione è pur vero che, se crediamo di morire, la paura e l'angoscia di perdere quel che possediamo ci inseguono ad ogni passo che compiamo nella vita e compromettono tutti i nostri sogni di felicità e di autorealizzazione. Ecco perché il viaggio verso la riconquista della consapevolezza della nostra immortalità va intrapreso in vita, qui ed ora, se davvero vogliamo essere felici.

Se non ci apriamo al mondo dello spirito, quando lasceremo questo mondo di materia sarà come se ci strappassero la vita stessa perché non conosceremo altro che materia. Dovremmo imparare a camminare in punta di piedi in questo mondo e fare presto a realizzare che siamo spiriti liberi, esseri realizzati, liberi da dipendenze e attaccamenti a ciò che è effimero.


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